Preghiera
Atto di dolore
L'Atto di dolore, la preghiera del pentimento: testo tradizionale e la dottrina della contrizione.
L’Atto di dolore è la preghiera con cui il cristiano si pente dei propri peccati e chiede perdono a Dio. Si recita nel sacramento della riconciliazione, la sera prima di coricarsi, e ogni volta che la coscienza si risveglia. Il testo tradizionale italiano unisce in poche righe due motivi distinti del pentimento, il timore del castigo e l’amore per Dio, che la teologia ha imparato a distinguere con precisione.
Testo
Mio Dio, mi pento e mi dolgo con tutto il cuore dei miei peccati, perché peccando ho meritato i tuoi castighi, e molto più perché ho offeso te, infinitamente buono e degno di essere amato sopra ogni cosa. Propongo con il tuo santo aiuto di non offenderti mai più e di fuggire le occasioni prossime di peccato. Signore, misericordia, perdonami.
Amen.
Contrizione perfetta e contrizione imperfetta
La tradizione della Chiesa chiama contrizione il dolore dell’anima per il peccato commesso, accompagnato dal proposito di non peccare più. Distingue poi due forme. La contrizione perfetta, o di carità, nasce dall’amore di Dio amato sopra ogni cosa: ci si pente perché si è offeso un bene infinito, non perché si teme. La contrizione imperfetta, detta anche attrizione, nasce invece da un motivo diverso, come la bruttezza del peccato o il timore della dannazione e delle pene che Dio minaccia al peccatore. Anche questa, insegna il Catechismo, è un dono di Dio e un impulso dello Spirito Santo.
Il testo dell’Atto di dolore contiene entrambi i motivi, e li ordina. «Perché peccando ho meritato i tuoi castighi» esprime la contrizione imperfetta; «e molto più perché ho offeso te, infinitamente buono e degno di essere amato sopra ogni cosa» esprime quella perfetta, e con l’avverbio «molto più» le dice che la seconda pesa di più. Recitando la preghiera, il fedele tiene insieme ciò che la dottrina separa.
La differenza tra le due ha conseguenze anche fuori dal confessionale. La contrizione perfetta rimette le colpe veniali e, se comporta la ferma risoluzione di ricorrere appena possibile alla confessione sacramentale, ottiene il perdono anche dei peccati mortali. La contrizione imperfetta, da sola, non ottiene il perdono dei peccati gravi, ma dispone a riceverlo nel sacramento della Penitenza.
Perché basta anche quella imperfetta
Proprio qui sta il punto che il Catechismo sottolinea. Nel sacramento della riconciliazione non è richiesta al penitente la contrizione perfetta: è sufficiente l’attrizione, quel dolore che nasce dal timore di Dio o dalla percezione del male commesso. Quando la coscienza viene scossa da questo timore, può iniziare un’evoluzione interiore che sarà portata a compimento, sotto l’azione della grazia, dall’assoluzione sacramentale.
In altre parole, il sacramento non premia chi è già arrivato all’amore puro: accompagna chi è ancora sulla strada. L’assoluzione del sacerdote compie ciò che l’atto di dolore ha soltanto iniziato, e il sacramento stesso è il luogo in cui Dio dona la carità che l’uomo non riesce a produrre da sé. Il concilio di Trento definì già nel XVI secolo che l’attrizione, mossa dalla grazia, dispone al perdono proprio in quanto unita al sacramento.
Da qui una conseguenza pratica che la catechesi ripete: nessuno deve rimandare la confessione in attesa di sentirsi abbastanza pentito. Il pentimento sufficiente è quello che si è in grado di esprimere, e la Chiesa lo accoglie come materia valida del sacramento.
Testo tradizionale in uso nella catechesi e nella preghiera. Dottrina della contrizione secondo il Catechismo della Chiesa Cattolica, 1452-1453.
Fonti
- Tradizione catechistica (Catechismo della Chiesa Cattolica, 1452-1453)
Testo della tradizione cattolica. Vedi Fonti e diritti.